Vietato Morire
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Vietato Morire

Tossicodipendenti, tossici in comunità di recupero, tossici che non vogliono essere recuperati, tossici spacciatori e tossici spacciati. Storie diverse si incrociano passando per la comunità di recupero di Villa Maraini a Roma. Dai camper della croce rossa che distribuiscono siringhe pulite, alle regole di Villa Maraini fino ai tunnel dove bucarsi di straforo, la vita di 4 tipologie diverse di tossici a contatto con la possibilità e la voglia di chiudere con la droga.
Il primo film di Teo Takahashi parte con le intenzioni del cinema duro e violento, mescola documentario e finzione, utilizza attori e (non)attori dalle facce giuste, inseriti nel background corretto per parlare di tossicodipendenza, mescola il vero con il verosimile e lo piega alle esigenze del linguaggio cinematografico. Tuttavia nonostante le migliori intenzioni Vietato morire soffre di un eccesso di aspirazioni e della mancanza di decisione del suo autore.
Nei momenti peggiori e più duri l'occhio di Takahashi nega la discesa nell'inferno, allarga il campo per edulcorare l'immagine oppure scappa con il montaggio. Una scelta di pudore e negazione che cozza con le premesse audaci del racconto. Così più che un documentario dai fatti incontrovertibili o un racconto dai toni devastanti Vietato morire diventa una storia di tossicodipendenza in cui "la dipendenza" e le componenti più disturbanti sono fuoricampo, totalmente assenti.
Similmente anche il registro e lo stile del film sono costantemente indecisi su cosa essere. Si oscilla tra momenti pasoliniani, in cui la miseria degli interni e delle possibilità è sottolineata per contrasto da musica classica rarefatta, ad altri più aderenti al modello aureo di Amore tossico, in cui la recitazione stentata dei protagonisti è compensata dall'evidente adesione ad un contesto lontano anni luce dall'empireo del cinema e dunque perfetto per un racconto attaccato alla realtà. Nessuna scelta sembra perseguita fino in fondo e i 70 minuti in cui qualcuno si salva, qualcuno muore e altri vengono traditi sembrano un collage di elementi eterogenei, incapace di creare un universo funzionale coerente o di stupire con l'audacia del documento.
A Teo Takahashi, oltre ad uno spunto e una volontà non comuni, avremmo chiesto anche l'audacia necessaria a tenere duro tutta la lavorazione con un'idea chiara in testa su come guardare il paesaggio e l'umanità che intende raccontare.

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